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    Ricercatore: 
    Data di pubblicazione: 
    Giovedì, 20 Luglio, 2017
    Occhiello: 
    TgCom24

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  • 07/20/17--06:37: MID 2017-2018
  • Master in Diplomacy - Corso di preparazione al concorso diplomatico

    Corso di preparazione al Concorso di Segretario di Legazione a.a. 2017-2018

    Data iscrizione: 
    Venerdì, 1 Settembre, 2017 to Domenica, 15 Aprile, 2018
    Data svolgimento: 
    Lunedì, 4 Settembre, 2017 to Domenica, 15 Aprile, 2018

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  • 07/20/17--07:22: Master Ex Allievi 2
  • programmi e materiale per gli ex allievi che vogliono tentare il concorso

    Data iscrizione: 
    Domenica, 24 Settembre, 2017 to Sabato, 30 Dicembre, 2017
    Data svolgimento: 
    Lunedì, 25 Settembre, 2017 to Venerdì, 30 Marzo, 2018

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    Lunedì, 24 Luglio, 2017

    Since 2011 the Libyan crisis has moved from being a domestic dispute to assuming  increasing importance at the international level. Today it represents a crucial issue affecting global security. The intervention of external actors in the Libyan crisis was mainly driven by a desire to direct the transition towards outcomes that would best meet their own political and economic interests. Accordingly, each external player tried to support one specific faction, favoring either the Parliament in Tobruk, upheld by Khalifa Haftar, or the Presidential Council headed by Fayez al-Serraj in Tripoli, the latter being legitimized by the UN as well as by local militias in both Misrata and Tripoli. This report analyzes the troublesome re-building of Libya with a focus on the specific role played by international actors (neighboring and Gulf countries, European nations, Russia and the US) which make it more of an international rather than a domestic issue.




    KARIM MEZRAN is Senior Fellow at the Atlantic Council’s Rafik Hariri Center for the Middle East. He is also an Adjunct Professor of Middle East studies at the Johns Hopkins School of Advanced International Studies (SAIS).


    ARTURO VARVELLI is ISPI Senior Research Fellow and Head of North Africa Program. He is lecturer of History and Institution of the Middle East at IULM University in Milan and coordinator of the training course on the new forms of terrorism at ISPI.

     



     
    Aree di Ricerca: 

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    21 Luglio 2017
    Despite a proliferation of policies and multilateral initiatives, a growing number of communities and individuals around the world have been persecuted or seriously discriminated against because of their religion in the last few years. How can new political and diplomatic efforts counter this trend? Can intercultural dialogue and engagement with religious actors, civil societies and youth provide tools to move forward?

    International experts, policy makers and religious leaders gathered in Rome on 13 July to discuss these issues at the conference “Protecting Religious Communities. Investing in Young People as Leaders of New Opportunities for encounters, dialogue and peaceful coexistence between peoples”.

    The event, promoted by the Italian Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation and ISPI, paid special attention to the current situation in the Middle East and Mediterranean.

    Italian Minister of Foreign Affairs Angelino Alfano, Secretary for Relations with States of the Holy See Mons. Paul Gallagher and Secretary General of the Italian Ministry of Foreign Affairs, Amb. Elisabetta Belloni, opened the conference while ISPI President Amb. Giampiero Massolodelivered the closing remarks. (See full list of participants)


    Videos of the conference 
    Fabio Petito,
    Senior Lecturer in International Relations, University of Sussex; Scientific Coordinator of ISPI–MAECI workshop on ‘Religions and International Relations’
     
    HG Bishop Angaelos
    General Bishop of the Coptic Orthodox Church in the United Kingdom
     
    Silvio FERRARI,
    Professor of Law and Religion, University of Milan – Italy
     
    Knox Thames
    Special Advisor for Religious Minorities in the Near East and South/Central Asia, U.S. Department of State – USA
     
    Alberto Melloni
    Professor of History of Christianity, University of Modena and Reggio Emilia — Italy
     
    Breen TAHSEEN
    Representative of Prince Tahseen Said, the leader of the Yazidi community in Iraq and in the world – IRAQ
    Occhiello: 
    ISPI Focus
    Seconda foto di anteprima: 

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    21 Luglio 2017
    FOCUS | Mediterraneo, punto strategico di incontro tra "Belt" e "Road"
     
    Dalla metà di maggio, in occasione del primo Belt and Road Forum a Pechino, si susseguono, concitati e confusi, numerosi commenti e presunte rivelazioni su quelli che dovrebbero diventare i punti di arrivo delle due direttrici principali, terrestre e soprattutto marittima di OBOR. Il fatto che nel disegno complessivo tali approdi non siano ancora del tutto ufficialmente definiti è un segnale che a tutt’oggi gli snodi e i collegamenti nella grande rete di infrastrutture di trasporto che collegherà Europa e Asia è in piena fase di progettazione. di Alessia Amighini 
    Continua a leggere
     
    (Nella foto: container cinesi nel porto del Pireo)
     
    NUOVE ROTTE | Italia: terminal naturale a Ovest 
    della rete di scambi Europa–Cina
    di Ettore Sequi Ambasciatore d'Italia a Pechino
     
    Quando, nell’autunno del 2013, il Presidente Xi Jinping ha lanciato per la prima volta l’idea di costruire una nuova "via della seta" tra Cina e Europa (nota come OBOR – One Belt One Road prima e come BRI – Belt and Road Initiative poi) molti ritenevano che si trattasse di poco più di un esercizio intellettuale. Eppure, a distanza di meno di quattro anni, gli effetti economici e geopolitici di questo nuovo e ambizioso progetto sono già ben visibili. Le statistiche ufficiali cinesi ci dicono che il commercio totale tra la Cina e i Paesi dell’area BRI ha superato i 3 miliardi di dollari nel periodo 2014–2016. Al tempo stesso, gli investimenti infrastrutturali e logistici di Pechino lungo la nuova via della seta hanno superato i 50 miliardi di dollari USA, creando circa 180.000 nuovi posti di lavoro.
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    PREVISIONI SACE | Rischio politico crescente
    per lo snodo Balcani
     
    La regione balcanica sta sperimentando da diversi anni un significativo aumento del rischio politico. Tale situazione è frutto di un mix di elementi quali il riemergere di spinte nazionaliste, la recrudescenza di conflitti etnico–religiosi, la presenza di dispute territoriali irrisolte e, non ultimo, la presenza di cellule di estremismo di stampo islamista in alcuni paesi della regione. L’indice di rischio SACE, che sintetizza su una scala da 0 a 100 il livello di rischio politico dei singoli paesi, evidenzia la presenza di un rischio medio–alto, mostrando una certa eterogeneità all’interno dell’area. Tale situazione è legata alla presenza di fattori eterogeni di instabilità nelle diverse geografie. 
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    FERROVIE | Il treno si è fermato a Budapest: 
    il nodo dei bandi pubblici Ue
    di Mariangela Pira
     
    Il caso Ungheria–Cina farà sicuramente giurisprudenza su "One Belt One Road". Facciamo un passo indietro. Pechino non ha conquistato il porto del Pireo per renderlo "l’Isola del Pireo", ma vuole collegarlo meglio con il centro dell’Europa. Per farlo punta sulle ferrovie, partendo nello specifico dal miglioramento del sistema infrastrutturale balcanico. Per questo ha iniziato il progetto di costruzione della ferrovia che dalla Serbia raggiungerà Budapest. Ma l’inizio dei lavori in Ungheria ha sollevato un problema con l’Unione europea e così la tratta Belgrado – Budapest di fatto si è fermata. Il paese guidato da Viktor Orban infatti, membro dell’Unione europea, ha permesso alla Cina di occuparsi di questo grande progetto sollevando le preoccupazioni di Bruxelles e delle aziende del Vecchio continente. 
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    EGITTO/1 | Non solo infrastrutture 
    negli investimenti dei gruppi cinesi
    di Filippo Fasulo
     
    L’importanza dell’Egitto nel progetto della "Belt and Road Initiative" è testimoniata dal fatto che, secondo uno studio della Chinese Academy of Social Sciences (CASS), il paese è tra le principali cinque destinazioni degli investimenti cinesi nei paesi lungo la nuova Via della Seta, assieme a Kazakhstan, Russia, Israele e Singapore. Nel 2016 il valore dell’interscambio fra Cina e Egitto ha raggiunto 11,3 miliardi di dollari, facendo del paese il terzo partner cinese in Africa. Lo stock di investimenti ha superato i 700 milioni di dollari – di cui quasi 600 nei settori dell’industria delle telecomunicazioni e dell’information technology – e le aziende cinesi presenti nel paese sono rapidamente cresciute da circa 30 nel 2014 a oltre 100. La volontà dei due paesi di rafforzare le relazioni così come il desiderio dell’amministrazione egiziana di partecipare alla "Belt and Road Initiative" è ben rappresentato dalle frequenti visite fra le dirigenze politiche, come ad esempio la massiccia partecipazione egiziana – addirittura otto ministri – al "Belt and Road Forum for International Cooperation" del 14–15 maggio. 
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    EGITTO/2 | Dal punto di vista legale 
    le relazioni stanno migliorando
    BonelliErede
     
    Non solo costruzioni, ma anche commercio di materie prime e beni di consumo, trasferimenti di tecnologia, investimenti industriali. I rapporti economici tra Cina ed Egitto - ormai stabilmente marchiati con il brand "Belt and Road" - sono eccellenti, anche sotto il profilo legale. I due paesi hanno sottoscritto i consueti accordi bilaterali in materia commerciale, in particolare il trattato per la protezione degli investimenti (BIT) e quello contro la doppia tassazione. Entrambi i paesi, poi, aderiscono alla WTO e partecipano a tutte le principali convenzioni multilaterali, da quella di Vienna sulla compravendita a quella di New York sul riconoscimento dei lodi arbitrali esteri. D’altra parte, negli ultimi mesi è lo stesso quadro normativo egiziano ad essere stato oggetto di un sostanziale miglioramento, e la recentissima legge sugli investimenti (maggio 2017), accolta con grande favore dagli investitori esteri, ne è un esempio e un segno importante. 
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    Perché OBOR Watch
    OBOR Watch fornisce alle imprese e a tutto il sistema paese commenti e analisi di operatori ed esperti sul grado di avanzamento del progetto “Belt and Road Initiative”, noto anche come la nuova “Via della Seta”. Con un’estesa copertura geografica tra Europa, Asia e Africa, ogni numero approfondisce i fatti di attualità, le ripercussioni sul commercio internazionale, gli aspetti legali e gli ostacoli sul fronte del rischio operativo.
     
     
    Il dato
    20%
    l'aumento negli ultimi cinque anni del numero di portacontainer cinesi nel Mediterraneo.
     
     
    Il progetto
     

    In pochi giorni due notizie hanno segnalato la posizione strategica dell’Italia nella BRI, e non solo nella via marittima: un collegamento ferroviario diretto tra Chengdu e Mortara (PV) a partire dal prossimo settembre e l’interesse per l’apertura di uno scalo ferroviario di Chongqing a Milano. Il Polo Logistico Integrato di Mortara, con il suo Terminal intermodale, è il luogo strategico, vicino all’area metropolitana di Milano e connesso allo stesso tempo agli attraversamenti alpini internazionali (Modane, Sempione–Lötschberg, Luino e Gottardo) e al sistema portuale ligure. Tuttavia, per rendere conveniente la strada ferrata – più rapida ma anche più costosa di quella marittima – è necessario che le tratte siano utilizzate in ambedue le direzioni, mentre oggi i treni merci arrivano pieni, ma ripartono semi–vuoti.
     
     
    La logistica
     

    Nell’ambito del Piano Strategico nazionale della portualità e della logistica (PSNPL), le annunciate misure per migliorare la competitività logistica dell’Italia – lo "Sportello Unico Doganale dei Controlli", i Corridoi Doganali e lo Sdoganamento in mare – potrebbero rendere i porti italiani efficienti quanto quelli nord–europei.
     
     
     
     
     
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    Lunedì, 24 Luglio, 2017

    Andrea Glioti

    L’ultimo cessate il fuoco mediato da Usa e Russia– il quinto di una serie a dir poco fallimentare dal 2011 – è l’ennesimo tassello nella spartizione della Siria tra potenze regionali e internazionali, e difficilmente potrà presentarsi come una tappa credibile nella risoluzione del conflitto.

    Innanzitutto i termini dell’attuale tregua mancano di trasparenza: l’annuncio di domenica 9 luglio riguardava le tre province meridionali di Quneitra, Daraa e Sweida, ma, a pochi giorni dall’entrata in vigore, le forze leali a Damasco hanno avviato un’offensiva contro i ribelli nel nord-est della provincia di Sweida, e in questo momento avanzano indisturbati nella Badia desertica della Siria orientale. La relativa quiete del fronte meridionale sta pertanto permettendo ai sostenitori del regime di Assad (e ai russi) di guadagnare terreno in quella corsa per la riconquista di Deir-Ezzor (provincia ricca di risorse energetiche controllata dal sedicente Stato islamico, IS) a cui partecipa senza troppa convinzione anche Washington.

    Più che un passo verso la pacificazione su scala nazionale, la tregua in vigore appare dettata da interessi di respiro regionale, con una chiara priorità per la sicurezza di Israele, il principale stato confinante interessato alle sorti delle province meridionali e al contenimento dell’influenza iraniana nei pressi delle alture occupate del Golan. Tel Aviv ha infatti esplicitato più volte che il presupposto di un suo appoggio alle cosiddette “zone di de-escalation” è il ruolo di garante che la Russia è chiamata a ricoprire per mantenere a debita distanza le milizie filo-iraniane operative in Siria. Non è da escludere che il prezzo da pagare per l’esclusione di Teheran dalla “zona” meridionale sia proprio il via libera nelle regioni orientali.

    Nel quadro di queste aree di influenza delineate da Russia, Iran e Turchia nei colloqui in corso ad Astana permangono inoltre una serie di nodi irrisolti. Uno di questi riguarda le sorti della regione nord-occidentale che verrà affidata in gestione alla Turchia, e corrisponde all’incirca alla provincia di Idlib e al nord di quella di Aleppo. Le intenzioni turche di annettere a tale zona l’enclave curda di Afrin con il consenso russo – contro cui si sono già levate le voci della leadership militare curdo-siriana – aprirebbero un nuovo fronte nella guerra di Siria, complicando notevolmente la posizione di Washington, che continua a puntare soprattutto sui curdi per ampliare la propria sfera d’influenza nel nord-est siriano. L’incognita curda è solo una delle questioni non affrontate nell’attuale piano di spartizione della Siria, come dimostra l’assenza dei delegati del Rojava ai negoziati di pace di Ginevra e ai colloqui di Astana, a dispetto dell’estensione dei territori attualmente controllati.

    Di portata ancora maggiore rispetto alla causa curda, ma a essa correlata,è poi l’assenza totale di una dimensione politica nei tentativi di risoluzione del conflitto. A oggi, i rappresentanti del regime e quelli delle opposizioni non si sono mai parlati direttamente, rimanendo dipendenti dalla mediazione Onu. Nessuna delle tematiche politiche alla radice dell’insurrezione popolare e del successivo conflitto è stata affrontata seriamente in sede diplomatica.

    Le “zone di de-escalation” rimangono un prodotto dell’approccio militarista, incentrato unicamente sull’“anti-terrorismo”, adottato unanimemente dalle cancellerie internazionali – e inteso esclusivamente come lotta a gruppi paramilitari di orientamento jihadista sunnita – e non si può aspettarsi che contengano una soluzione a contenziosi politici ben più complessi. Questi comprendono il processo di decentralizzazione connesso all’implementazione del Decreto legislativo 107 - approvato da Damasco nel 2011 - e la sua interazione con la proposta federalista dei curdi e le rivendicazioni delle opposizioni; il destino di chi si è macchiato di crimini di guerra (compresi, naturalmente, i vertici del regime di Assad); le riforme necessarie alla democratizzazione delle istituzioni e i relativi meccanismi di monitoraggio internazionale; la sorte di decine di migliaia di prigionieri politici. Invece, sull’onda della “lotta al terrorismo” si continua a seminare distruzione e si tracciano i nuovi confini destinati a contenere i rispettivi interessi strategici, ma non si riconciliano di certo i siriani in guerra.

     

    Andrea Glioti, giornalista freelance e editor di SyriaUntold

     


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    Lunedì, 24 Luglio, 2017

    Eugenio Dacrema

    La Siria di domani è un puzzle che si sta lentamente, e dolorosamente, componendo. E, una volta completato, conserverà ben poco del paese che fu. Nonostante la retorica e le roboanti dichiarazioni del regime di Bashar al-Assad, è ormai chiaro infatti che la Siria sia sempre meno destinata a tornare a essere un paese unitario e sempre più condannata a diventare uno “spazio geografico”, diviso per zone d’influenza fra fazioni interne, stati regionali e potenze internazionali. L’accordo in discussione sulle "zone di de-escalation" potrebbe segnare il punto di non ritorno di questo processo.

    A ovest, da oltre un anno, si sta consolidando il potere di Assad sui principali centri urbani e sulla costa, quell’insieme di arterie che collegano Damasco ad Aleppo e Latakia e definito dai tempi dell’occupazione francese la “Siria utile”; dove risiedono la maggioranza degli abitanti e dove si svolgono le principali attività economiche. All’interno di quest’area, soprattutto nella zona di confine col Libano, si consolida anche il potere dell’Iran e di Hezbollah, che da mesi stanno rendendo la propria presenza in alcuni villaggi chiave dell’area permanente, attraverso trasferimenti forzati di popolazione e vere e proprie campagne di colonizzazione.

    Ma la cosiddetta “Siria utile” rappresenta meno di un terzo del paese. Nel frattempo il sud, dal Golan al governatorato di Daraa’ lungo i confini con Israele e la Giordania, è sempre più vicino a diventare una zona di influenza giordana, col supporto diretto degli USA e quello meno appariscente (ma non meno determinante) di Israele. Tale zona permetterebbe ad Amman di avere un controllo diretto sui propri confini, soprattutto in chiave di lotta alle infiltrazioni jihadiste, e agli Stati Uniti di poter contare su una zona di intervento rapido in caso di recrudescenza della minaccia terroristica in quest’area, o di eccessivo consolidamento del potere iraniano in Siria.

    A nord la situazione è invece ancora in fase di coagulazione, ma i tratti principali si cominciano a intuire. In primo luogo, sembra consolidata la zona di influenza turca nell’area di Al-Bab che, non appena riuscirà a ottenere luce verde da Washington o Mosca, Ankara spera di poter allargare verso Afrin a discapito delle milizie curde del YPG. In questa zona sono già confluiti molti guerriglieri e rifugiati da quasi tutte le aree riconquistate dal regime nell’ultimo anno, aumentando notevolmente la pressione demografica su questo piccolo territorio. E la pressione potrebbe ulteriormente aumentare se un accordo tra regime e opposizione – simile a quello che portò all’evacuazione di Aleppo – porterà nei prossimi mesi all’evacuazione di Idlib, ultimo centro urbano significativo nelle mani dei ribelli. Nonostante ci siano ancora domande senza risposta sul futuro di quest’area del paese – per esempio, il possibile allargamento verso Afrin – sembra ormai chiaro che i principali attori coinvolti siano consapevoli della necessità di preservare la presenza di una “zona sicura”, all’interno della quale i ribelli non-qaedisti si sentano abbastanza garantiti da una potenza amica per poter finalmente deporre le armi.

    Nel nord-est, lungo il confine con la Turchia, il braccio siriano del Pkk, il Pyd, e la milizia ad esso affiliata, il Ypg, hanno un potere ormai consolidato. Tutti gli attori coinvolti sembrano infatti ormai concordare sul fatto che qualche tipo di entità autonoma curda nascerà in quest’area al termine del conflitto. Le uniche voci contrarie sono quelle della Turchia, preoccupata che tale evenienza porti a un rafforzamento del Pkk e a una recrudescenza delle sue attività militari in territorio turco, e quella del regime di Assad, che ha affermato in più occasioni di voler riportare sotto il controllo diretto di Damasco l’intero paese. Due voci nemiche e per adesso troppo deboli per piegare la situazione a proprio favore, ma la cui armonia su questo tema potrebbe aprire inediti scenari su potenziali future alleanze di convenienza.

    Regime e alleati (iraniani, filo-iraniani e russi) a est, giordani (e americani) a sud, curdi e turchi a nord: il puzzle si sta lentamente componendo. Ma manca un pezzo fondamentale e potenzialmente in grado di trascinare il conflitto ancora per lunghi mesi, se non anni: l’Est. Dominato dallo Stato islamico negli ultimi tre anni, l’Est è l’unica area del paese dove i giochi sono ancora completamente aperti e dove, in assenza di un credibile accordo politico preventivo, si concentreranno gran parte delle tensioni future. Negli ultimi due mesi l’area ha visto l’accavallarsi di mire e interessi contrapposti, sfociati in incidenti a pericoloso rischio di escalation, come in occasione del bombardamento delle postazioni delle Syrian Democratic Forces– l’alleanza composta da Ypg e milizie arabe dell’opposizione, armata e assistita dall’esercito americano oggi impegnata nell’assedio di Raqqa – da parte del regime di Damasco a cui è seguito l’abbattimento di un caccia siriano da parte dell’aeronautica americana. Oppure il raid lanciato sempre dagli americani contro un gruppo di miliziani vicini al regime che si dirigevano verso la base di Al-Tanf, vicino al confine giordano, oggi occupata dalle forze speciali statunitensi.

    Da parte sua, il regime di Damasco cerca di reimporsi come attore fondamentale nei giochi politici nell’est del paese, da cui è stato sostanzialmente assente per oltre quattro anni. Per riuscirci ha anche sospeso le principali offensive nel nord del paese, in particolare a Idlib, nel governatorato di Hama, e nel sobborgo damasceno di Ghouta, ancora in mano all’opposizione. La decisione è stata motivata da due fattori principali: da una parte, recuperare le principali aree di estrazione di idrocarburi, soprattutto intorno a Deir-Ezzor. E, dall’altra, agevolare gli obiettivi strategici dell’Iran, principale alleato del regime e fornitore di gran parte dei suoi combattenti. Teheran infatti mira da tempo a istituire un corridoio diretto che colleghi il proprio territorio al Libano attraverso Siria e Iraq.

    È a questo disegno che si oppone la crescente presenza statunitense nel sud, soprattutto nella base di Al-Tanf, sostenuta dalla rinnovata postura anti-iraniana dell’amministrazione Trump. Nel frattempo gli americani, e la coalizione da essi guidata, sono impegnati a sostenere lo sforzo della Sdf per la conquista di Raqqa. Una conquista che segnerebbe la fine di qualunque controllo territoriale significativo dello Stato Islamico ma che pone diversi quesiti dalla difficile risposta relativi al futuro di quest’area. Se da una parte, infatti, gli americani si dicono favorevoli a un controllo almeno temporaneo delle Sdf – a maggioranza composte dallo Ypg curdo – dall’altra i loro alleati – la Turchia, certamente, ma anche gli stati europei – sono scettici su tale soluzione, che rischierebbe di imporre sulla città arabo-sunnita un controllo de facto a dominio curdo. Una situazione che rischierebbe di amplificare recriminazioni e tensioni sociali in una fase estremamente delicata. Il tema è stato per settimane al centro dei colloqui a porte chiuse tra gli Stati Uniti e i loro alleati e non sembra ancora completamente risolto. Escludendo la riconsegna della città al regime – soluzione inaccettabile per l’amministrazione americana e per i suoi alleati – l’unica alternativa che resta è un auto-governo formato da rappresentanti della popolazione locale. Una popolazione che per oltre due anni è stata governata dallo Stato islamico, di cui pochi si fidano davvero, e il cui auto-governo resterebbe estremamente fragile senza una protezione esterna che nessuna potenza regionale o internazionale, inclusi gli Stati Uniti, sembra disposta a garantire. Il compromesso che sembra emergere è quindi un consiglio locale composto da autoctoni che si occupi dell'amministrazione civile, ma tutelato (e "monitorato") da forze di sicurezza controllate dalle Sdf.

    Mentre in Iraq la domanda è se il fragile e diviso governo di Baghdad sarà in grado di amministrare adeguatamente la riconquista di Mosul, in Siria, nei giorni dell’assedio di Raqqa, non è ancora chiaro nemmeno a chi dovrà andare esattamente il controllo di quest’area dopo la cacciata del califfato. Tutto questo mentre, poco più a sud, crescono le tensioni tra Stati Uniti e Iran – e i loro alleati locali – per il controllo del confine tra Siria e Iraq. Un’altra partita, l’ennesima, giocata in territorio siriano da attori e secondo logiche che ben poco hanno a che fare con gli interessi e la popolazione della Siria.

     

    Eugenio Dacrema, dottorando presso l'Università di Trento e ISPI Associate Research Fellow

     


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    Lunedì, 24 Luglio, 2017

    Stefano M. Torelli

    I curdi siriani sono assurti a campioni della lotta sul campo contro l’Isis a suon di finanziamenti logistici e militari e di incensamenti da parte di tutta la comunità internazionale. La riconquista di Raqqa, capitale dell’autoproclamato califfato di al-Baghdadi, è soltanto l’ultima, e sicuramente tra le più simboliche, delle tappe di un cammino che, almeno dal 2014, vede i curdi in prima linea contro i jihadisti. In nome della guerra all’Isis i curdi siriani (insieme, va detto, ai peshmerga iracheni) sono stati uno dei punti di riferimento delle politiche occidentali volte al contenimento e alla sconfitta militare dello Stato islamico. È anche per questo che, nel contesto della guerra civile siriana, i curdi sono riusciti a guadagnare uno status invidiabile di attore di fatto autonomo, con tanto di un’area sotto il proprio controllo territoriale e l’istituzione del Rojava, una sorta di repubblica semiautonoma curda nel nord della Siria.

    Cosa vuol dire tutto questo? Nel breve termine, abbiamo visto come i curdi siriani siano stati in grado di ottenere delle indiscutibili vittorie politiche. Tuttavia, nel medio-lungo termine, e soprattutto in un eventuale scenario post-Isis, tutto ciò potrebbe rivolgersi contro i curdi stessi, con il rischio che le conquiste ottenute negli ultimi tre anni finiscano per vanificarsi. Tale scenario potrebbe verificarsi soprattutto per due ragioni: da una parte, nel caso il sostegno degli attori esterni (ma in misura particolare degli Stati Uniti) dovesse venire meno e dall’altra, al di là del confine turco-siriano, se il governo di Ankara dovesse passare a un’offensiva volta a vanificare la situazione ottenuta sul campo dai curdi siriani.

    Da un lato, resta ancora da vedere quanto gli Stati Uniti vorranno o potranno permettersi di continuare a sostenere il Pyd, ritenuto una sorta di costola siriana del Pkk. Il punto non è tanto il sostegno logistico che fino ad oggi, e tramite le forze del Sdf (Forze Democratiche Siriane), Washington, insieme agli alleati europei, ha fornito ai guerriglieri curdi dell’Ypg (braccio armato del Pyd e, di fatto, esercito del Rojava). Piuttosto, sarà da capire se e fino a che punto gli Stati Uniti avranno intenzione, una volta terminato lo scontro con l’Isis, di tollerare il progetto politico del Rojava. Qui vi è un’altra considerazione da fare: sebbene non si tratti esattamente della stessa forza politica, il Pyd ha effettivamente ricevuto un importantissimo e in alcune fasi imprescindibile aiuto da parte del Pkk. Quest’ultimo era presente in Siria fin dagli anni Novanta, quando il regime di Hafez al-Assad dava protezione ad Abdullah Ocalan in funzione anti-turca. Da anni il Pkk ha intessuto contatti con i curdi siriani, favorendo la stessa nascita del Pyd, e ha addestrato centinaia di guerriglieri curdi siriani. Dal 2013-2014 in poi, nel contesto della guerra civile siriana, e di fronte a una Turchia che inizialmente non ha alzato un dito per aiutare i curdi siriani assediati e massacrati dall’Isis, è stato proprio il Pkk a stabilire dei canali di contatto con il Pyd e a fornire il sostegno militare necessario per combattere l’Isis sul campo. Volendo tracciare un parallelo, si potrebbe quasi affermare che, per il Pyd, il Pkk rappresenti ciò che le forze iraniane rappresentano per le forze armate di Bashar al-Assad in Siria: una costante fonte di addestramento, supporto sul campo e sostegno politico.

    È facile dunque intuire quanto, in misura proporzionale al coinvolgimento del Pkk nel contesto siriano, per la Turchia la questione dei curdi siriani stia diventando sempre più un’ossessione. A questo punto vi è da prendere in considerazione la strategia di medio-lungo termine dello stesso Pkk. Continuerà a usare la Siria – e la posizione di forza assunta sul campo dai curdi siriani – soltanto come tassello del più ampio conflitto contro la Turchia, oppure opererà una netta differenziazione tra la “questione Siria” e lo scontro con Ankara? Di base vi è la considerazione che molte posizioni amministrative e di comando all’interno delle aree attualmente governate dai curdi siriani nel Rojava siano nelle mani della generazione che ha ricevuto negli anni passati un diretto addestramento da parte del Pkk. Si tratta, dunque, di quell’ala dei curdi siriani che continuano a percepire la propria posizione in Siria soltanto in funzione della guerra con la Turchia: in quest’ottica, il risultato ottenuto sul campo in Siria non sarebbe tanto funzionale all’avvio di una nuova stagione politica autonoma per i curdi siriani, quanto a esercitare una maggiore pressione su Ankara, utilizzando le postazioni siriane per rinvigorire gli attacchi contro la Turchia e facendo rientrare il Rojava in un progetto più ampio di istituzione di una sorta di Kurdistan autonomo e confederato a cavallo tra il nord della Siria e il sud-est della Turchia. Tale atteggiamento realisticamente produrrà soltanto un irrigidimento della Turchia, che porterà il conflitto contro i curdi fin dentro la Siria.

    In tale quadro, sembra difficile che Washington possa continuare a sostenere in maniera così aperta i curdi siriani, non tenendo in considerazione le preoccupazioni della Turchia. In alternativa, il Pkk potrebbe decidere di capitalizzare le conquiste in Siria lasciando ai curdi siriani la gestione della transizione verso una sperata autonomia, ma evitando di collegare tali sviluppi a quelli in Turchia. In tal modo, il Pkk potrebbe tentare di giocare la carta “politica”, tornando al tavolo dei negoziati con la Turchia e dando segnali di distensione. Tale soluzione, al momento, sembra essere meno perseguibile anche per effetto della posizione molto dura assunta da Erdogan, che negli ultimi due anni ha optato per un dispiegamento di forze fin dentro i centri urbani del Kurdistan turco volto ad annichilire il Pkk.

    In tale contesto, il destino del Pyd e dei curdi siriani in generale sembra essere più nelle mani degli attori esterni che non delle proprie volontà. Difficilmente gli Stati Uniti potranno continuare a sostenere i curdi siriani qualora dovesse cadere l’elemento giustificativo, ovvero la presenza dell’Isis, e al contempo costoro (spinti dal Pkk) dovessero assumere una posizione percepita come minacciosa dalla Turchia. In attesa di vedere gli sviluppi del conflitto siriano, sarà nel Kurdistan turco e ad Ankara che si dovrà guardare per capire l’evolversi della situazione nel Kurdistan siriano.

     

    Stefano M. Torelli, ISPI Associate Research Fellow

     


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    24 Luglio 2017
    (Image credit: REUTERS/Mahmoud Hassano)

    Dopo mesi di crescenti tensioni tra gli attori internazionali, regionali e locali coinvolti nel conflitto siriano, con il primo faccia a faccia tra Trump e Putin al recente G20 di Amburgo è arrivato un “accordo” per il cessate il fuoco tra le parti. Un passo risolutivo? Solo in apparenza, perché oggi, mentre gli occhi del mondo sono ancora puntati su Mosul liberata dall’Isis, le tensioni e le incognite sul futuro della Siria continuano ad aumentare: come si configureranno le “zone d’influenza” che le potenze internazionali coinvolte — dalla Russia all’Iran, dalla Turchia agli Stati Uniti — stanno già da tempo cercando di conquistare? Come ne uscirà il regime di Damasco, troppo debole per sopravvivere senza l’aiuto di Mosca e Teheran? Cosa riusciranno a ottenere i curdi, i principali alleati degli Usa sul terreno? Chi controllerà l’area orientale della Siria, quella ricca di idrocarburi al confine con l’Iraq? E come si sta preparando il Califfato per reagire alla perdita di territorialità, mentre l’assedio di Raqqa, la sua seconda roccaforte, è ancora in corso?

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    Lunedì, 24 Luglio, 2017
    24 luglio 2017
     
    Siria: la guerra non è finita
     
     

    Dopo mesi di crescenti tensioni tra gli attori internazionali, regionali e locali coinvolti nel conflitto siriano, con il primo faccia a faccia tra Trump e Putin al recente G20 di Amburgo è arrivato un “accordo” per il cessate il fuoco tra le parti. Un passo risolutivo? Solo in apparenza, perché oggi, mentre gli occhi del mondo sono ancora puntati su Mosul liberata dall’Isis, le tensioni e le incognite sul futuro della Siria continuano ad aumentare: come si configureranno le “zone d’influenza” che le potenze internazionali coinvolte — dalla Russia all’Iran, dalla Turchia agli Stati Uniti — stanno già da tempo cercando di conquistare? Come ne uscirà il regime di Damasco, troppo debole per sopravvivere senza l’aiuto di Mosca e Teheran? Cosa riusciranno a ottenere i curdi, i principali alleati degli Usa sul terreno? Chi controllerà l’area orientale della Siria, quella ricca di idrocarburi al confine con l’Iraq? E come si sta preparando il Califfato per reagire alla perdita di territorialità, mentre l’assedio di Raqqa, la sua seconda roccaforte, è ancora in corso? (Image credit: REUTERS/Mahmoud Hassano)

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    25 Luglio 2017
    Nella foto: un operaio esamina bobine di alluminio prodotte in una acciaieria di Binzhou. Credits: ImagineChina


    FOCUS | UE–Cina: per Berlino e Parigi è l’ora di giocare in difesa

    Le relazioni commerciali tra Unione europea e Cina stanno vivendo una fase assai delicata. Un momento difficile docuto soprattutto al mancato riconoscimento europeo dello status di economia di mercato alla Cina in seno al World Trade Organization (Wto), che avrebbe modificato l’applicabilità delle misure anti–dumping contro la Repubblica Popolare. Ma dal momento che questo riconoscimento è solo rimandato, nelle istituzioni europee si dibatte sulle possibili riforme della regolamentazione Ue sull’anti–dumping per contrastare l’espansionismo cinese e di altri paesi emergenti.

    PREVISIONI SACE| UE–Giappone:
    una spallata al protezionismo
     
    L’Economic Partnership Agreement tra Unione europea e Giappone è vicino alla conclusione. Dopo quattro anni e 18 round di negoziazioni, l’accordo deve essere completato in alcuni aspetti tecnici e capitoli come la protezione degli investimenti, ma dovrebbe essere ultimato per la fine dell’anno e poi ratificato dal parlamento giapponese, da quello europeo e da quelli nazionali dei Paesi Ue (procedura tutt’altro che scontata come dimostra l’esperienza del Ceta, l’accordo di libero scambio siglato con il Canada che entrerà provvisoriamente in vigore a settembre). L’intesa su cui stanno lavorando Bruxelles e Tokyo è unica nel suo genere per due motivi: è la prima che include l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, per il quale prevede un impegno specifico, e rafforza gli standard per la protezione dei dati personali che le due parti hanno recentemente consolidato.Vai al commentary
     
    AGROALIMENTARE | Rinnovate le sanzioniverso la Russia fino a gennaio 2018
     
    Per il quarto anno consecutivo, l’Unione europea ha confermato le sanzioni nei confronti della Russia fino al prossimo gennaio come conseguenza dell’invasione e annessione della Crimea del 2014 e per il conflitto nell’Ucraina dell’Est. Di riflesso, Vladimir Putin ha pubblicato un decreto ribadendo anche le contro–sanzioni russe.
    Uno dei settori europei più colpiti rimane quello agroalimentare. Infatti, se tra luglio 2014 e luglio 2016 il totale delle esportazioni europee verso la Russia sono calate del 48%, quelle nel settore agroalimentare sono calate di circa il 65%. In cifre, dei 900 milioni di euro in meno di esportazioni verso la Russia sempre tra il 2014 e il 2016, circa 360 milioni sono rappresentati dall’agroalimentare. Nonostante ciò, è importante ricordare come una riduzione di questo ordine di grandezza, per un settore che soltanto nell’ultimo anno ha generato più di 133 miliardi di euro di export, rimane una cifra poco significativa.
     
    LIBERO SCAMBIO | Gli accordi che verranno
     
    Angela Merkel ha recentemente dichiarato che il trattato tra Stati Uniti e Unione europea rimane un punto importante all’ordine del giorno, sebbene al momento non si riescano a intravedere possibili punti di convergenza tra Bruxelles e Washington al momento.
    Nel frattempo, la Commissione europea sta lavorando alla finalizzazione di due negoziati che dovrebbero concludersi entro dicembre. Quello in stadio più avanzato è l’accordo con il Messico, che andrebbe a sostituire l’ormai datato trattato commerciale siglato nel 2000, con l’introduzione di nuovi capitoli dedicati all’agroalimentare, agli appalti pubblici e, forse, alla protezione degli investimenti esteri. Al momento, sembra che le discussioni meno proficue siano quelle attorno al settore dei servizi e l’agroalimentare.
    L’altro negoziato che la Commissione spera di concludere entro dicembre è quello con i paesi del Mercosur, ovvero Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Un trattato con questi paesi sarebbe cruciale soprattutto per la protezione dell’export agroalimentare europeo in quella regione e l’accesso agli appalti per i servizi pubblici.
    Infine, la Commissione europea dovrebbe presentare a settembre, probabilmente dopo il 24 settembre quando si terranno le elezioni tedesche, la proposta per l’apertura di un tavolo negoziale con Australia e Nuova Zelanda.
     
    Perché Trade Watch
    Trade Watch offre alle imprese uno strumento per seguire gli sviluppi sul fronte del commercio internazionale, con particolare attenzione alla globalizzazione, agli scambi europei e alle strategie del Sistema Italia.
     
     
    Il dato
    6,3
    miliardi di dollari

    La cifra dell’acquisizione di Orient Overseas da parte di Cosco, società di trasporto container controllata dal governo cinese. Cosco diventa così il terzo player mondiale nel settore.
     
     
    Il grafico
     

    UE-Giappone: export e import di beni (2016, miliardi di euro). Fonte: Eurostat.
     
     
    Il sito
     

    Una newsletter in inglese per restare aggiornati su ciò che accade a Bruxelles sul fronte del commercio internazionale.
     
     
     

     

     
     
    TRADE WATCH
    Ricerca e redazione: Francesco Rocchetti, Research Assistant, Ispi
    Supervisione scientifica: Lucia Tajoli, Associate Senior Research Fellow, Ispi
    in collaborazione con SACE
    Contatti:
    francesco.rocchetti.guest@ispionline.it
    ISPI WATCH Coordinamento editoriale:
    Sara Cristaldi, Scientific Advisor, Ispi
    Coordinamento redazionale:
    Massimo Barison, Senior Programme Manager, Ispi
    ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale
     
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    25 Luglio 2017

    Since 2011 the Libyan crisis has moved from being a domestic dispute to assuming  increasing importance at the international level. Today it represents a crucial issue affecting global security. The intervention of external actors in the Libyan crisis was mainly driven by a desire to direct the transition towards outcomes that would best meet their own political and economic interests. Accordingly, each external player tried to support one specific faction, favoring either the Parliament in Tobruk, upheld by Khalifa Haftar, or the Presidential Council headed by Fayez al-Serraj in Tripoli, the latter being legitimized by the UN as well as by local militias in both Misrata and Tripoli. This report analyzes the troublesome re-building of Libya with a focus on the specific role played by international actors (neighboring and Gulf countries, European nations, Russia and the US) which make it more of an international rather than a domestic issue.


    EDITED BY


    KARIM MEZRAN is Senior Fellow at the Atlantic Council’s Rafik Hariri Center for the Middle East. He is also an Adjunct Professor of Middle East studies at the Johns Hopkins School of Advanced International Studies (SAIS).


    ARTURO VARVELLI is ISPI Senior Research Fellow and Head of North Africa Program. He is lecturer of History and Institution of the Middle East at IULM University in Milan and coordinator of the training course on the new forms of terrorism at ISPI.


     


     
    Occhiello: 
    ISPI Report
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    Ricercatore: 
    Data di pubblicazione: 
    Mercoledì, 26 Luglio, 2017
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    Il Foglio

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  • 07/27/17--01:09: Oui, je suis Emmanuel Macron
  • Giovedì, 27 Luglio, 2017

    di Ugo Tramballi


    L’altra sera a Roma ero al tavolo di un ristorante in piazza Farnese. D’improvviso è arrivata silenziosa una colonna d’auto con scorta e lampeggianti, dalla quale è sceso il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. Monsieur Le Ministreè subito entrato nella sua ambasciata, a palazzo Farnese, uno dei più belli della città, e la scorta si è dileguata senza provocare disagi alla gente.

    Un amico ha spiegato che Le Drian era stato ospite della dodicesima Conferenza degli ambasciatori d’Italia all’estero, alla Farnesina. C’era anche il ministro spagnolo. Ma come - mi son detto - ci chiudono i porti, i francesi ci sottraggono il primato sulla Libia e stanno preparando il furto sovranista ai danni di Fincantieri, e noi li invitiamo? Tra rompere le relazioni diplomatiche e un esagerato fair play, la diplomazia offre molte possibilità.

    Alla luce di tutto questo mi sono chiesto a cosa servisse l’annuale messa cantata alla Farnesina. Un senso lo avrebbe se 130 ambasciatori fossero convocati a Roma per un brainstorming su cosa non va della nostra politica estera: se sia giusto o no rimandare l’ambasciatore al Cairo, come creare un “sistema paese”, promuovere l’economia, selezionare e addestrare i giovani, le carriere e lo svecchiamento, eccetera. Un brainstorming naturalmente a porte chiuse, nel quale dirsi cose utili.

    Invece è stato una specie di festival di San Remo, ospiti stranieri compresi, nel quale chiunque parlasse sapeva di essere su un palcoscenico mediatico. Spesso una fiera delle vanità e della logorrea. Sono state perfino ripartite interviste: a questa feluca, quel giornale. L’iniziativa ha svelato qualche caso imbarazzante di sindrome di Stoccolma. La cosa peggiore che si possa fare a un ambasciatore è fargli un’intervista: per obbligo professionale è costretto alla banalità. Il meglio di se lo dà nelle conversazioni "off the record", dove può esprimere in libertà e competenza la sua capacità di giudizio.

    Questa lunga premessa per arrivare a Macron, alla Libia e a noi. Ammettiamolo: "Oui, ils nous ont amaqués". Ci hanno fregato. Ma chiedendoci onestamente il perché, potremmo dare loro torto? Se foste Fayez al-Serraj o Khalifa Haftar e riceveste contemporaneamente e per lo stesso giorno un invito all’Eliseo e uno a Palazzo Chigi, a chi direste di sì?

    Partiamo da un dato statistico. L’attuale legislatura ancora in corso ha prodotto tre presidenti del Consiglio (Letta, Renzi, Gentiloni) e quattro ministri degli Esteri (Bonino, Mogherini, Gentiloni, Alfano, l’ultimo dei quali non mi sembra molto interessato alla materia). Forse questa mischia serve alla stabilità del paese. Ma fuori è debito di credibilità. Con quale impudenza se non con la convinzione di non temerne le conseguenze, il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz ha potuto dire ad Alfano che l’Italia deve tenere i migranti a Lampedusa? Quel giovane "naziskin" (definizione del sindaco dell’isola) avrebbe detto qualcosa del genere a Le Drian?

    Potremmo anche sostenere che l’errore dell’Italia è avere ignorato a lungo Haftar. Il piccolo Napoleone della Cirenaica sostenuto dall’egiziano al-Sisi - un Napoleone poco più grande di lui - ha lombrosianamente i connotati del generale golpista. Ma esiste. Tuttavia neanche questo basta per capire. Oltre alla nostra instabilità politica e a qualche errore diplomatico, esiste la Storia che fa la grande differenza tra noi e i francesi.

    In qualsiasi modo abbia governato Berlusconi, cosa abbiano fatto Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, fra alti e bassi la Francia esercita il ruolo di grande potenza da mezzo millennio. Il senso di appartenenza dei suoi cittadini non si esercita solo alle feste comandate; lassù il “sistema paese” c’è davvero. Assomigliandoci più di altri europei per atteggiamenti e passioni, è come se i francesi fossero degli italiani che hanno avuto successo nella vita.

    Avere una politica di potenza significa anche esercitarla usando la forza militare. So di dire qualcosa di controverso: anche riguardo alle mie idee personali. Ma come ieri, anche oggi un paese che minaccia di bombardare e manda le truppe è più credibile e ottiene di più. Per scelta l’Italia si affida al dialogo, alla mediazione, alle istituzioni internazionali. Vedi il sostegno a Serraj: il riconoscimento Onu a noi bastava, ad altri no. Per mettere una pezza, ieri Gentiloni giustificava Macron ma mi chiedo cosa ci sia di multilaterale nell’iniziativa francese.

    Credo che l’Italia faccia bene ad adottare questa politica. Piacciamo quasi a tutti, anche se è quella simpatia che si concede a chi non si teme. Soprattutto è la politica che deve avere una piccola potenza regionale come l’Italia: purché ammettiamo di essere questo. L’alleato da imitare non è la Francia ma la Germania la cui storia è simile alla nostra: non interviene nei conflitti, si affida alle istituzioni multilaterali ma è più credibile perché ha stabilità politica, pace sociale, esporta di più e il suo orgoglio nazionale non è una saltuaria manifestazione di sciovinismo ma è fondato su una pacata concretezza.

    Tornando a Macron, dopo tante manifestazioni di grandeur nazionale – Putin, Trump, il rifiuto dei porti, la Libia – sarebbe bello se facesse anche qualcosa di europeista: nella questione Fincantieri non ce n’è ombra. La festa elettorale davanti al Louvre aperta con l’Inno alla gioia, è rimasta solo un inizio.

     

    Italiano
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    Ricercatore: 
    Data di pubblicazione: 
    Mercoledì, 26 Luglio, 2017
    Occhiello: 
    Omnibus - La7

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    Ricercatore: 
    Data di pubblicazione: 
    Mercoledì, 26 Luglio, 2017
    Occhiello: 
    Radio Uno - GR1

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    Ricercatore: 
    Data di pubblicazione: 
    Mercoledì, 26 Luglio, 2017
    Occhiello: 
    SkyTg24

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    27 Luglio 2017

    Sono aperte ancora per qualche giorno e fino al 31 luglio le candidature per i tirocini presso l’European Food Safety Authorityl'agenzia dell'Unione Europea con sede a Parma che si occupa di ricerca, consulenza scientifica e comunicazione in materia di sicurezza alimentare. Vi lavorano scienziati ed esperti provenienti da tutta Europa e periodicamente offre dei programmi di tirocinio per i giovani laureati che vogliono fare esperienza presso i suoi uffici e acquisire conoscenze utili alla loro crescita professionale.

    Per potersi candidare all’EFSA Traineeships Call 2017 è necessario avere una laurea triennale e un’ottima padronanza della lingua inglese (il livello minimo richiesto è il B2). Preferibile avere conoscenza in una delle aree in cui opera l’agenzia, ma sono disponibili posizioni in diversi uffici (legale, comunicazione, risorse umane ecc.), perciò vale la pena provare a candidarsi se si sta cercando un’esperienza in un contesto internazionale.

    Il tirocinio può durare dai 6 ai 12 mesi e prevede un compenso mensile di circa 1.100,00€, più copertura delle spese di trasporto sostenute per raggiungere la sede dell’EFSA dalla propria città di residenza.

    Potete candidarvi online e indicare le 2 aree di maggiore interesse, in ordine di preferenza. Se selezionati, sarete invitati a sostenere un colloquio (telefonico oppure online) per discutere della disponibilità, del ruolo, delle aspettative e della possibile data di inizio. Se interessati, troverete maggiori dettagli qui o potrete scrivere direttamente a traineeships@efsa.europa.eu 

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